In questa consueta "finestra" storica presentiamo oggi uno dei momenti più significativi della lunga attività di Archimede Seguso: la consegna a Papa Giovanni Paolo II, il 23 marzo 1980, di un calice figurato, offerto in occasione del quindicesimo centenario di San Benedetto da Norcia. Si tratta di un'originale rappresentazione vitrea della Madonna che regge appunto un calice: un segno, oltre che della maestria di Archimede, della sua religiosità. Non a caso per il Natale 1995 presentiamo, accanto a questa immagine ormai diventata storica, il capitolo - tutt'altro che secondario - dei presepi di Archimede Seguso. Un augurio natalizio a tutti i nostri affezionati lettori.
Presentazione
"CHIAREZZA"
Questo ottavo numero dei Quaderni di Archimede segna la conclusione del secondo anno di vita di un'iniziativa che ha avuto riscontri più che positivi. La nostra pubblicazione (lo dicevamo in apertura al N. 1) non vuol essere un mero strumento di promozione, ma soprattutto un veicolo di apertura sul piano di una produzione artisticamente impegnata. E' il vetro, di cui Archimede Seguso è il massimo maestro in Italia, a spingerci oggi, proprio nella prospettiva di un secondo biennio, a indicare nella trasparenza, e quindi nella chiarezza, il motivo principale di un discorso non soltanto celebrativo. Che di chiarezza ci sia bisogno, in questi tempi, nel nostro travagliato Paese, è fin troppo evidente. Parliamo di luce in questo numero: cioè di lampade e lampadari. Ma chiarezza e anche ricerca di verità, oltre che onestà nel lavoro: cioè corretta informazione del pubblico. Nessuna ipocrisia, quindi, e nessun paravento di qualsiasi tipo. La "Archimede Seguso" vuol essere trasparente come i suoi vetri. Essa presenta come unico referente se stessa e, dietro la propria cristallina immagine, la sua lunga storia che si identifica con la storia stessa del vetro veneziano dell'ultimo mezzo secolo. Questi Quaderni, in fondo, vogliono essere lo specchio di una chiarezza che è concettuale oltre che commerciale. Purtroppo nel mondo dell'industria, e dell'industria vetraria in particolare, non sempre è così. Accadono episodi che amareggiano e avviliscono. Noi continueremo a chiedere chiarezza: chiarezza per i nostri vetri, per noi stessi e per coloro che gentilmente ci seguono.
Sguardo al Passato
Presepe con tredici figure, vetro trasparente con oro lavorato a massello, 1992. Mis.: altezza da cm. 30.
NATALE
I Presepi di Archimede Seguso. Opere d'arte intrise di luminose trasparenze, le Natività realizzate negli anni dal maestro muranese sono espressioni di una grande abilità tecnica e di una singolare sensibilità plastica e cromatica.
La sacrestia di Santo Stefano, a Venezia, è come un museo. Sotto L'Ultima Cena, capolavoro del Tintoretto, sta il Presepe vitreo di Archimede Seguso, posato su un massiccio cassettone tardo seicentesco. Tra il calice trasparente che il dolente Gesù tiene in mano e i vetri dorati del Presepe corre quasi un filo di luce. Tutt'intorno la sacrestia è buia e grandiosa. Di fronte sta l'altro capolavoro tintorettesco L'Orazione nell'Orto, tutto percorso da brividi luminescenti. Più in là, sulle alte severe pareti spiccano due enormi tele di Gaspare Diziani e di Sante Peranda, cui fanno da contrappunto altri quadri famosi: soprattutto lo stupendo Palma il Vecchio, i due Bartolomeo Vivarini, il barocchissimo Mazzoni.
Presepe composto da tre figure in vetro massiccio trasparente profuso d'oro. Mis.: altezza cm. 18; cm. 14; cm. 7,5.
Il grande Presepe realizzato da Archimede Seguso nel 1966 è considerato una delle opere più importanti, certo la maggiore di carattere sacro del maestro vetraio muranese. Le figure s'allungano armoniosamente in un ritmo curvilineo reso evanescente dai riflessi del pulviscolo dorato: il tessuto vitreo è qua e là sommerso nell'opalina, sfumato nei più delicati toni cromatici, dal celeste all'ocra al rosa antico. E' l'unica opera a rappresentare il nostro secolo nella monumentale sacrestia di Santo Stefano. Quando s'accende I'illuminazione graduale, pare quasi che un alone di luce spirituale avvolga le figure. Si rimane estasiati. C'è un che di gotico nel viluppo formale, anche se tutto obbedisce al fluire della linea curva e si sente, nel contempo, l'eco di una tradizione moderna simbolistica (Barlach). Diciamo che il confronto più netto è con le due figure dipinte di Vivarini; e si scopre che entrambi gli artisti, il gotico Bartolomeo e il moderno Archimede, pur a cinque secoli di distanza, provengono dallo stesso ceppo di Murano... Soltanto una suggestione?
Presepe in vetro, opalina, oro e delicati toni cromatici, custodito nella Sacrestia di Santo Stefano a Venezia, 1966. Mis.: altezza massima cm. 80.
La dimensione scultorea di Archimede Seguso, cioè la sua qualità nel saper affrontare la statuaria con la materia così fluida e trasparente del vetro, è dimostrata dai numerosi Presepi realizzati dal maestro a partire dagli anni Trenta. Essi si intrecciano con gli storici "animali" a massello e con le figure di donna (come l'ormai celebra Dormiente in cristallo iridescente del 1951 o, per tornare più indietro, il nudino di Donna che si spoglia del 1934). Si sono già dimostrati i paralleli di queste e di altre sculture in vetro con le opere di grandi scultori che Archimede ha conosciuto e frequentato, come Arturo Martini, Marino Marini e Francesco Messina. Le divisioni tra arti nobili e arti cosiddette decorative sono superate, specie di fronte a lavori a massello come questi di Archimede Seguso, che attengono certo all'arte tout court. Appunto i Presepi rappresentano il momento in cui l'artista muranese, oltrepassando la dimensione dell'opera isolata, costruisce gruppi di figure e animali, in un certo senso tentando l'utopia di una ricostruzione plastica dell'ambiente. In ciò egli appare vicino ad Arturo Martini ed anche ad Henry Moore, soprattutto quando lo scultore inglese svolge i suoi "colloqui" in uno spazio aperto multidimensionale. Questo sviluppo del rapporto plastico è evidente in taluni Presepi che si snodano appunto con un ritmo di agganci e cesure stilisticamente ben cadenzato. Basterà citare un altro Presepe famoso: quello del 1950 in dodici pezzi in vetro soffiato e colorato con essenze d'oro incorporate, che si ammira a Madrid al Museo Nacional de Artes Decorativas.
Presepe con dodici pezzi, vetro soffiato e colorato con oro, 1950, Madrid, Museo Nacional de Artes Decorativas.
In questi ultimi anni Archimede Seguso ha realizzato non pochi Presepi, per gran parte in cristallo dorato. Sono figure d'una eleganza straordinaria, che si sviluppano armoniosamente nel gusto delle "Sacre Conversazioni" cinquecentesche più che nelle classiche Natività del tipo Jacopo Bassano. C'è indubbiamente l'eco della grande cultura veneziana cui Archimede appartiene: il senso, pur nella plasticità del vetro, dell'"atmosfera" cromatica che avvolge le pitture di Tiziano e di Palma il Vecchio. Stupenda è, in particolare, la fusione, all'interno della massa vetrosa, delle foglie d'oro che si sciolgono in un pulviscolo colloquiando con le tinte delicate, dal rosa all'azzurro, abilmente sommerse nella trasparenza liquida. Si aggiungono ai Presepi motivi più "profani", come gli alberelli natalizi con le bacche rosse: squisiti oggetti che in fondo rispecchiano anch'essi la spiritualità del motivo, non foss'altro che per la lavorazione così aerea e immateriale.
In realtà ci si comincia a render conto anche di questa priorità di Archimede Seguso: il suo aver interpretato il motivo della Natività in una accezione perfettamente e inconfondibilmente veneziana. Come questo maestro lavori il vetro e sappia ridurlo a pura essenza attraverso abilità tecnica e sensibilità plastica e cromatica, non ha raffronto. Semmai, in un'altra dimensione plastica, sono i classici Presepi napoletani a far da parallelo. Non è un caso che i maggiori musei del mondo si contendano questi due aspetti della genialità italiana. Da una parte la popolaresca verve partenopea, simbolo della vivacità estroversa di un popolo; dall'altra la temperata trasparenza atmosferica del color veneziano. Ad Archimede si riconosce, ancora una volta, la capacità di aver interpretato con linguaggio moderno una grande cultura della forma-colore come è stata e continua ad essere quella veneziana. Basta entrare in quel museo che è la Sacrestia di Santo Stefano per rendersene conto.
Attualità Culturale
LA LUCE
Scienza ottica e sensibilità estetica, "sentimento della luce" e magia della luce vivono nelle lampade e nei lampadari di Archimede Seguso.
Lampade a torciglione, a spirale, a costoni che si alzano e lampadari che si protendono nello spazio, diffondendo una straordinaria luminosità.
In apertura di servizio: torcera da terra in vetro a coste ritorte rubino e oro, con anelli in vetro cristallo profuso d'oro. Mis: altezza. cm. 185.
La luce: questo elemento impalpabile, inafferrabile, che ci sfugge continuamente. La scienza ne indica la costituzione in onde elettromagnetiche emesse in vari modi da corpi luminosi; e parla di fotoni, di quanti, di frequenze, di rifrazioni, di lunghezze d'onda, di radiazioni e così via. In questi giorni la mostra di Vermeer a Washington fa discutere sulla qualità ineffabile della luce del grande olandese di Delft; e tutto resta fluido, privo di una vera sperimentazione. Kenneth Clark ha scritto, ancora trent'anni fa, che "è stata la pittura veneziana a scoprire il mistero della luce". Ma il mistero resta. Forse qualche antica ricetta veneziana lo svela. Forse qualche artista ancora oggi si avvicina non dico ad una soluzione, ma ad un riverbero di verità. Proviamo anche noi ad avvicinarci.
I maestri vetrai di Murano, antichi e recenti, hanno avuto sempre presente il problema della luce. Esso è fondamentale per una materia così peculiare, essa stessa sfuggente, come il vetro: specie quando diventa fonte luminosa e assolve ad una funzione di rifrazione e diffusione della luce. Qui l'esempio di Archimede Seguso è sorprendente. Le lampade, forgiate a stelo per paralume o lampadari veri e propri, hanno quasi una duplice vita, spente e accese. Ma è quando in esse si ravviva la luce che la funzione si sublima. Allora si scopre che un oggetto di vetro si coniuga esso stesso con la fonte luminosa: si fa tutt'uno, interagisce e quasi s'incorpora con la luce. Bisogna avere capacità di esecuzione tecnica ma anche di sensibilità estrema, come appunto Archimede Seguso: il senso di una compenetrazione che favorisca la diffusione di un chiarore non meccanico, non monotono, non duro, bensì modulato sulle onde di un tono che si propaghi morbidamente, con una sorta di calore, quasi di "sentimento della luce".

Basi per lampada, in varie forme e lavorazioni, Lisce o a coste, in vetro cristallo, dal verde al rubino, al giallo, al bianco trasparente, profuso d'oro. Mis.: altezza da cm. 50.
Non a caso, Archimede Seguso giunge a questo scopo soprattutto attraverso i cristalli dorati sommersi che assumono sfumature o di rubino o di verde o di azzurro. Appunto: scienza ottica e sensibilità estetica. Le lampade devono creare un'atmosfera adatta alla casa come rifugio, come momento di riposo, come nido di serenità. La luce è fondamentale. Ecco le lampade a torciglione, a spirale o a costoni dritti, sempre comunque dal ritmo sinuoso: esse si alzano o si protendono nello spazio (i lampadari) diffondendo una sorta di pulviscolo dorato che crea una qualità luminosa straordinaria. Il procedimento tecnico non è certo nuovo: si tratta di foglioline d'oro che vengono avvolte nella massa incandescente del vetro e quindi sommerse in essa, fino a raggiungere effetti di minuscole macchioline, di sgranature indefinibili, appunto di reti pulviscolari. Ma Archimede Seguso ha raggiunto in questa tecnica risultati eccezionali per finezza. Il colore finisce per dilatarsi, per evitare tutto intorno, diventando aria, trepido respiro, carezza confortevole, cioè uscendo dalla sua stessa fisicità per assumere i connotati di una larva organica. Colore vivo, cioè luce viva. La sentiamo intorno a noi, questa luce, diffusa da lampade che hanno l'eleganza di una medusa e il canto soave di una sirena. La luce dorata ci avvolge come un tenero abbraccio. E' vicina alla nostra sensibilità: qualcosa di connaturale all'uomo. E', in fondo, la magia della luce. Le lampade di Archimede Seguso ci danno questa sensazione. Le accendiamo e la casa diventa veramente nostra. Alla fine ci accorgiamo che non di un miracolo si tratta, bensì di una qualità che un maestro vetraio ha percepito, sia pur intuitivamente, con un gusto che si trasfonde in arte.
Torcera da terra in vetro blu a coste ritorte. Mis.: altezza cm. 185.

Torcera da terra in vetro cristallo con oro a coste diritte con palla centrale. Mis.: altezza cm. 185.
Proposte d'Oggi
I VERDI
I "vetri iridescenti", ultime creazioni del maestro vetraio muranese. Riflessi iridescenti, madreperlacei, che sembrano continuamente mutare in una sorta di cangiantismo, quasi un viaggio ai limiti del fantastico.
Il fenomeno dell'iridescenza e strettamente legato alla qualità minerale del vetro. Esso può essere spiegato scientificamente come una sorta di interferenza dovuta a minuscole bolle d'aria infiltratesi in fessure infinitesimali sulla superficie. L'effetto ottico è naturalmente quello dei riflessi mutanti dello spettro luminoso: una sorta di magia del colore, che assomiglia alla scomposizione cromatica dell'arcobaleno. Iris in greco significa appunto arcobaleno e Iride, figlia nella mitologia di Taumante e dell'oceanina Elettra, era anche, proprio per la rapidità delle sue trasmutazioni, messaggera degli dei.
Vasi sferici con leggera costolatura, vetro iridescente "Verde Serenella It Mis.: altezza cm. 15; cm. 20; cm. 25.
Se prendiamo uno dei recenti vasi di Archimede Seguso, con la loro eleganza fitomorfa e che si apre a coste verso I'alto, è il color verde che balza immediato agli occhi. Ma è un verde strano, quasi magico: esso accoglie appunto riflessi iridescenti, madre perlacei, che sembrano continuamente mutare, in una sorta di cangiantismo. Chimicamente questa colorazione, che rende il vetro tra trasparente e opaco, in uno stadio ottico suggestivamente intermedio, si spiega con l'impregnazione di fumi di cloruro di stagno. I fumi della fornace vengono quasi imprigionati sulla superficie del vetro incandescente, amalgamandosi in esso. E' lo spettro della luce che si apre, quasi si scioglie; e gli occhi si stupiscono.
Vaso con base e vaso ovoidale con leggera costolatura, in vetro iridescente "Verde Serenella 18". Mis.: altezza cm. 33 e cm. 21.
Dal fenomeno chimico alla sua trasposizione estetica: in ciò Archimede Seguso è un maestro. Questi vasi gareggiano con gli esempi più alti della vetraria Liberty; soprattutto con quel Louis Comfort che per Tiffany portava, a cavallo tra i due secoli, l'iridescenza al massimo grado di esaltazione. In Archimede Seguso prevale un uso più pacato del fenomeno, al di là di ogni ridondanza floreale. Questi vasi usciti negli ultimi mesi dalla fornace muranese hanno una eleganza rigorosa, fatta di armonie essenziali, con i motivi prevalentemente a coste rilevate: ciò proprio per proporre in modo ancora più evidente la magia della trasmutazione cromatica.
Nella pagina precedente: Vasi e caraffa con leggera costolatura, in vetro iridescente "Verde Serenella 18". Mis.: altezza cm. 40; cm. 32; cm. 32.
L'iridescenza esce dal suo guscio minerale, si fa tramite per un viaggio della mente che scopre all'interno del cangiantismo forme sempre nuove che si dilatano fino ai limiti del fantastico. Ci par quasi di vedere Leonardo da Vinci chino su questi vasi, ad immaginar battaglie e cavalieri, boschi misteriosi e fascinose pulzelle. Questi "fumi", com'egli li definiva, diventano appunto il ponte di un'avventura verso l'ignoto.
Lampadario a 8 luci, in vetro iridescente "Verde Serenella 18" con leggera costolatura. Mis.: diametro cm. 104.
II maestro Archimede Seguso al lavoro nella sua fornace di Murano.
In quarta di copertina: Alberelli natalizi dorati, in vetro cristallo o vetro verde, con decorazioni corallo. Con questi augurali alberi di Natale sono presentate le vetrine dei negozi Archimede Seguso. Mis.: altezza da cm. 14 a cm. 32.